Le Alpi

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Le Alpi caratterizzano con il loro profilo il nostro paesaggio e sono spesso meta delle nostre gite. Il tema della montagna, perciò, è stato ripreso molte volte nel corso degli anni e declinato in molti modi diversi. Dopo aver preso in esame la vita quotidiana attraverso il quaderno della montagna, ci siamo soffermati su aspetti più geologici e geografici con il disegno del profilo delle maggiori cime e dei più importanti passi e valichi. La parte più impegnativa è stata riportare le misure rispettando un minimo di scala, per poter ragionare poi su distanze e altitudini. Il disegno è stato eseguito su un lungo foglio a quadretti, montato su un cartoncino piegato a fisarmonica, in un formato leporello che può anche essere appeso come un cartellone.

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In copertina, l’illustrazione mostra le cime aguzze delle montagne che seguono la scritta evidenziando la A, la L e la I, tre lettere che si sviluppano in verticale: si tratta di un espediente mnemotecnico, che troverà il suo corrispettivo quando lavoreremo sugli Appennini. Lì la scritta sarà profilata con cime più basse, dato che le lettere non si alzano dal rigo centrale, i colori saranno modificati e, invece delle mucche, disegneremo delle pecore. In questo modo sarà più facile ricordarsi le  differenze essenziali tra i due ambienti. Abbiamo sottolineato la differenza tra le due principali catene montuose del nostro Paese anche percependo la cartina nel nostro corpo: i bambini si sono accorti che le Alpi costituivano una specie di corona, mentre gli Appennini formavano una sorta di spina dorsale. Abbiamo ripetuto l’immagine mentre i bambini si passavano la mano prima sulla testa, poi lungo la schiena, fissando questa informazione direttamente del loro corpo.

Nella prima pagina si intravedono i primi versi della poesia Salve Piemonte, di Giosué Carducci

Su le dentate scintillanti vette, /salta il camoscio, tuona la valanga

Come sempre, i testi poetici ci vengono in aiuto per condensare molte informazioni in un’immagine efficace e in pochi versi facili da memorizzare grazie alla metrica. Non è indispensabile memorizzare intere poesie, è sufficiente proporre i versi che ci servono nell’occasione.

Nel nostro leporello abbiamo evidenziato anche i trafori stradali e ferroviari e alcune delle città di pianura. Questo ci è stato molto utile per parlare delle Alpi come storico baluardo delle nostre terre e di come nei secoli, gli uomini si siano ingegnati per attraversarle.

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La storia dei trafori è molto affascinante. Dal Buco di Viso, scavato a mano alla fine del XV secolo, al Frejus, che impegnò gli ingegneri, ancora privi del motore a scoppio, nel trovare ardite soluzioni tecnologiche, alla vera e propria epopea del Sempione, che sfociò  nella realizzazione di una galleria tecnologicamente perfetta ancora oggi, i trafori suscitano grande curiosità e molteplici percorsi di approfondimento. Naturalmente abbiamo preso in considerazione anche gli aspetti problematici di queste realizzazioni, cercando di capirne la reale necessità e il corretto inquadramento storico.

Il problema di valicare le Alpi accompagna da sempre la storia del nostro Paese e ha lasciato profonde tracce nella nostra rete viaria. Per comprendere questo aspetto, siamo andati in gita al Colle del Piccolo San Bernardo, dove abbiamo potuto percorrere un tratto dell’antica via romana, da cui si dice sia passato anche Annibale con il suo esercito e i suoi elefanti. Di sicuro passarono di lì le truppe di Cesare dirette in Gallia e fa sempre un certo effetto raccontare la storia nei luoghi che l’hanno vista accadere.

Il racconto, storico o leggendario, costituisce sempre una parte molto importante dei nostri percorsi storico-geografici. Sempre sul Colle del Piccolo San Bernardo abbiamo visto tracce di neve rossa, un fenomeno dovuto ai venti di scirocco che portano fin lì la sabbia del deserto. Questo ci ha ricordato una leggenda walser che conoscevamo, legata al mito della valle perduta. In questa leggenda una ricca e fiorente valle viene sommersa, per punizione, da una nevicata straordinaria di neve rossa e mai più ritrovata. Si tratta, evidentemente, del racconto popolare della modificazione del clima avvenuta nel corso della cosiddetta piccola glaciazione, protrattasi dal XVI al XIX secolo e che ha reso più difficili le condizioni delle nostre montagne, portando un clima più rigido e sottraendo spazi coltivabili.

Le leggende costituiscono un vero e proprio libro di storia delle comunità che le tramandano e costituiscono un materiale particolarmente adatto alle narrazioni per i bambini, dato che raccontano gli eventi storici e tramandano i saperi utili alla sopravvivenza utilizzando soprattutto immagini e dettagli concreti e precisi, senza soffermarsi su astrazioni e concetti. Laddove non conosciamo leggende sull’argomento, possiamo tentare di raccontare l’episodio che ci interessa utilizzando lo stesso linguaggio. È quello che ho fatto nel racconto I giganti di ghiaccio, per rispondere alla domanda riguardante chi avesse scavato il lago.

La leggenda non è affatto antiscientifica, anzi, spesso ci fornisce informazioni precise riguardanti l’episodio a cui si riferisce. Nella leggenda della neve rossa, viene precisato il periodo dell’anno in cui il fenomeno si è presentato e il dettaglio della neve colorata ci fa comprendere che probabilmente il cambiamento di clima ebbe origine da venti sciroccali. Ne I giganti di ghiaccio ho cercato di raccontare in modo visivo e narrativo le glaciazioni che, secondo alcune teorie geologiche, avrebbero dato origine ai laghi prealpini.

Il tema del rapporto tra realtà e leggenda è riapparso nel nostro percorso con la figura del basilisco. Un’osservazione a margine di un libro storicamente rigoroso, ci ha informato che questo animale considerato leggendario, è stato in realtà avvistato più volte da persone degne di fede nei boschi della nostra zona. Anche qui le leggende riportano dati precisi, che possono essere facilmente lette in chiave naturalistica, dato che le caratteristiche di tossicità che gli vengono attribuite sono tipiche di anfibi e rettili, solo molto più accentuate. Quanto alla descrizione di un animale ibrido, dalla testa di gallo e il corpo di serpente, si tratta di un tipico espediente delle leggende, che, per consentire all’ascoltatore di farsi un’immagine di qualcosa che non ha mai visto, fanno un vero e proprio collage di immagini quotidiane. I rettili crestati esistono realmente ad altre latitudini, mentre da noi, per rendere l’idea, è necessario fare riferimento a un animale noto come il gallo. L’argomento ha suscitato grande entusiasmo nei bambini, che  hanno realizzato un cartellone con le informazioni da loro raccolte, una vera e propria mappa concettuale e di memorizzazione. Speriamo comunque di non ritrovarcelo in giardino.

basilisco

Le leggende possono essere utilizzate anche in modo meno scientifico e più poetico, soprattutto con i bambini più piccoli. In questi casi è molto bello proporre l’illustrazione ad acquerello. Si tratta di un lavoro utile anche dal punto di vista linguistico, perché illustrare un testo implica la capacità di cogliere gli elementi essenziali del racconto. La tecnica dell’acquarello su carta bagnata si presta molto bene a realizzare lavori evocativi e fiabeschi e La pappa dolce fornisce tutti i dettagli tecnici del caso. Sul modello del lavoro proposto nello stesso sito sulla leggenda del lago di Carezza, abbiamo raccontato e illustrato alcune leggende alpine, tratte dal lavoro di Karl F. WolffI monti pallidi, che raccoglie le leggende delle Dolomiti. Noi abbiamo utilizzato le versioni di Mary Tibaldi Chiesa, autrice di diverse narrazioni per ragazzi tratte da miti e leggende.

Ecco quindi i Monti Pallidi…

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…e il giardino di rose di re Laurino, il Rosengarten:

rosengarten

Tra nani, basilischi e antichi romani, le nostre Alpi si sono rivelate densamente popolate. Non c’è dubbio che il nostro percorso non si esaurirà qui.

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